La solidarietà ci salverà.. forse.
La scorsa settimana la mia città è stata travolta da una montagna di acqua. Espressione curiosa se ci si pensa.
Strade che diventano fiumi e tutto che viene travolto con una potenza che solo madre natura può avere. Imprevedibile e devastante. Ai tempi del terremoto avevo faticato per mesi a dormire, sentivo in continuazione nuove scosse, ma la realtà è che quella situazione mi picchiava in testa e mi destabilizzava in un modo unico. Ma unico non era, perché ora l’alluvione, che questa volta è arrivata fino in città, ha fatto uguale se non peggio.
Ero appena uscita dal cinema quando ha iniziato a venire giù tanta di quell’acqua da trasformare ogni strada in un canale, fiume o ruscello, anche quelle che poi si sono solo lavate molto. Tornare a casa a piedi non è stato semplice, il problema non era ovviamente bagnarsi ma cercare di non farsi male tra l’acqua, le macchine e gli autobus che cercavano di sopravvivere. In questo scenario quasi apocalittico gli unici che sembravano non notare nulla erano quei poveri rider, vederli sfrecciare tra pioggia e strade bagnate mi ha fatto davvero pensare.
Il giorno dopo ho capito che ancora una volta ero stata molto fortunata. Ancora una volta mi sono trovata nella parte giusta del mondo, anzi nella strada giusta. Ma questo non basta a non provare rabbia o tristezza, non basta a non empatizzare con chi invece nella strada giusta non ci stava affatto.
Dopo una settimana, lo scorso weekend, sono riuscita anche io a dare una mano, seppur piccola, ad aiutare chi era stato travolto dagli avvenimenti. Senza colpe, solo perché si trovava nel posto sbagliato che sbagliato non è stato per tantissimi anni.
Il vedere persone e organizzazioni cittadine, religiose e laiche, che si auto organizzano e mettono insieme una macchina di solidarietà che funziona solo o per la maggior parte grazie al contributo volontario di ognuno di noi mi ha scaldato il cuore, davvero tanto. Nei miei due giorni da volontaria ho aiutato alcune persone che si sono ritrovate cantine e garage completamente invase dal fango, che hanno dovuto dire addio a ricordi e oggetti preziosi che conservavano magari da anni la sotto, forse troppo sotto.
Durante le catene di persone fatte apposta per svuotare le cantine nel minor tempo possibile, mi sono passati davanti migliaia di oggetti. Quando ci siamo passati i peluche una successione di “ohhh” ci ha uniti. Così come quando a passarti davanti erano le lettere della maestra, i libri dei nonni, la collezione di vinili che mai pensavi di perdere in questo modo. Ma in nessuna delle persone che stavamo aiutando ho visto tristezza, perché forse la potenza di questo aiuto, la spontaneità di partecipazione di giovani e meno giovani, dava una speranza. È stato davvero molto emozionante partecipare. Lo è stato quando, molto provati dalla stanchezza, una battuta faceva tornare subito il sorriso. Lo è stato vedere una nonnina che si aggirava in bici tra le strade ancora piene di fango perché voleva a tutti i costi portare viveri ai volontari.
Sicuramente per me non si poteva fare altro che cercare qualcuno da aiutare, cercare un modo per contribuire a questa volontà di sopravvivenza collettiva, a questa cura del prossimo. Non so quale sia il motivo principale che mi abbia spinto ad aiutare, ma per me non poteva essere altrimenti.
Quello che mi porto a casa è che l’unica nostra speranza sia la solidarietà, l’empatia e la volontà di prendersi cura degli altri e dei luoghi in cui viviamo, lavoriamo, amiamo. E questo l’ho visto nelle persone più disparate, da giovanissimi che correvano su e giù per tre piani di scale per riportare i secchi ogni volta che servivano, agli anziani che si informavano, che portavano cibo e che si mostravano felici di ciò a cui assistevano.
Non è obbligatorio, è chiaro. Così come non è obbligatorio fare donazioni. Non tutti possono e non tutti vogliono. Credo però che la partecipazione attiva sia necessaria se vogliamo cambiare rotta, il che vuol dire anche non disturbare quando non è il caso, non per forza agire. Non disturbare anche evitando sotto al diluvio universale, e non solo in caso di alluvione, di ordinare cibo a domicilio. Non disturbare evitando l’insulto freddo e ripetitivo su tutti i canali social di cui ormai disponiamo.
Forse una delle cose che mi ha maggiormente e positivamente stupito dei giorni successivi all’alluvione è stata proprio questo ritorno del senso civico che avevo dato per disperso.
Sono sempre stata convinta che dietro ai famosi leoni da tastiera si nascondano le stesse persone che per comodità lasciano le macchine in doppia fila e chissene frega se lì deve passare qualcuno, un pedone o un ciclista. Le stesse che si lamentano sempre e comunque senza mai proporre una soluzione alternativa. È vero, anche nella città di Bologna ci sono tante cose che non vanno, ma se ci fermassimo un attimo a pensare forse potremmo capire che ci lamentiamo perché siamo abituati davvero molto bene, ed è sano e normale pensare di voler stare anche meglio. Potremmo pensare che alcuni sacrifici temporanei saranno utili. O anche solo pensare che forse altre persone meno fortunate di noi potrebbero avere maggiori necessità, o anche solo la precedenza.