Abbuffata di notizie e ora dieta

All’inizio è stato così e probabilmente lo è stato per molti. Quando non è chiaro cosa ti stia succedendo, cosa stia succedendo alla tua città, al tuo paese e al mondo intero è difficile stare lontano dalle informazioni. La stretta che piano piano ci ha circondato, che è arrivata seppur gradualmente a Bologna come in altre città dell’Italia ha creato molta confusione e la disponibilità di infinite fonti di informazione ha fatto il resto. Per una settimana o dieci giorni forse c’è stata una ricerca spasmodica di sapere, la necessità fisica e psicologica di avere accesso ai dati, di ascoltare chi poteva spiegarti cosa cavolo stava succedendo, perché la tua vita improvvisamente veniva stravolta e ti si chiedeva di fermarti e aspettare, ovunque tu fossi, da solo o con amici o parenti.

Un fiume di messaggi ci ha invaso completamente le giornate, un infinito inoltrare video, foto, articoli per scherzarci su o per inviare gli altri a accedere alle stesse informazioni che avevi trovato e che secondo te erano fondamentali. Un mare in tempesta che ci ha travolto ma che poi si è placato perché abbiamo iniziato a capire che la voracità iniziale non ci avrebbe fatto bene né avrebbe risolto il problema attuale, o almeno così è stato per me.

Da un giorno all’altro ho smesso di farmi del male ascoltando troppe persone esperte, leggendo commenti di sconosciuti in preda al delirio da clausura, ho smesso di abbuffarmi e mi sono messa a dieta ed è andata decisamente meglio. Da un giorno all’altro ho scelto un solo momento di informazione al giorno, normalmente il telegiornale serale che accompagna la mia cena e basta, per tutto il resto del tempo ho deciso di ascoltare musica, leggere e cercare di lavorare quanto mi fosse possibile.

Quello che più mi ha spinto a farlo è stato il vedere due mondi paralleli e opposti che si sviluppavano. Da un lato moltissimi gesti di solidarietà spontanei, quasi fossero ovvi, per aiutare chi ha difficoltà in questo momento, dalla spesa agli anziani ai gruppi di supporto psicologico perché diciamocelo una giornata no a settimana è quasi il minimo e capita praticamente a tutti. Dall’altro la crescente caccia all’untore, al diverso, a chi dice cose che vanno contro alle regole che al momento ci hanno dato. Una cattiveria da tastiera che sarebbe stata infinitamente minore se le persone si fossero parlate guardandosi in faccia, un astio comprensibile se limitato ad alcuni momenti ma assolutamente ingiustificato se crescente nell’intensità e nelle modalità.

Siamo tutti lontani e comunichiamo molto, moltissimo, tramite messaggi e video, ma spesso ci viene da pensare solo a noi. Sono io che oggi non vado, sono io che oggi mi sono alzata e mi sono messa a piangere senza motivo o sono io che ho bisogno di condividere questa ultima interessantissima cosa che ho letto con tutti i miei amici, ma no anche se viviamo da soli non siamo soli e prima di comunicare con gli altri sarebbe bello pensare che effetto farà quel che ho da dire?

Prima di mandare l’ennesimo messaggio sui dati interessantissimi e altre scoperte mirabolanti a tarda notte a chi sappiamo essere da solo riflettiamoci, magari in quel momento se è ancora sveglio non avrà questa voglia di leggere, magari un messaggio di buonanotte sarebbe stato più gradito.

Ogni volta che vogliamo sentire qualcuno pensiamo anche di chiedergli come sta, perché è vero che non abbiamo molto da raccontarci perché poco succede in queste giornate tutte uguali, ma è anche vero che presto quelle persone le vorremo abbracciare e quel che è successo in queste infinite settimane ci rimarrà scolpito dentro, cattiveria o dolcezza che sia.

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